La bandiera straniera lascia la base, ma la prova della sovranità irachena comincia adesso. Il 30 settembre 2026 il Pentagono ha dichiarato conclusa in Iraq la missione di Operation Inherent Resolve. Gli ultimi militari e mezzi statunitensi hanno lasciato il nord del Paese. La transizione, concordata da Washington e Baghdad nel 2024, è dunque diventata un fatto operativo. Non equivale però alla fine del rapporto di sicurezza: addestramento e condivisione d’intelligence continueranno su base bilaterale.
Fatto e inquadramento
Il ritiro è stato formalizzato dal Pentagono e confermato dal passaggio di responsabilità celebrato a Baghdad. Il comandante della coalizione ha definito compiuta la missione e indicato che l’Iraq deve assumere la guida. La formula è precisa: termina la missione militare della coalizione nel territorio iracheno; non scompare ogni forma di cooperazione con gli Stati Uniti.
Nel settembre 2024 i due governi avevano annunciato una transizione in due fasi: chiusura della missione in Iraq e prosecuzione temporanea del sostegno alle operazioni contro l’ISIS in Siria dall’Iraq. L’attuazione è stata adattata alle condizioni regionali e si conclude oggi con l’uscita da Erbil. Il nuovo assetto sposta la relazione dal comando di coalizione a intese bilaterali più discrete.
I dati da tenere separati
- 30 settembre 2026: il Pentagono dichiara conclusa Operation Inherent Resolve in Iraq e completata la partenza degli ultimi contingenti.
- Dal 2014: la coalizione era stata costituita per contrastare l’ISIS dopo la conquista di Mosul e di ampie porzioni del territorio iracheno e siriano.
- Cooperazione residua: Washington mantiene addestramento e intelligence attraverso un rapporto bilaterale; non è una nuova missione di coalizione.
- Oltre 1.000 attacchi: è il dato citato dal ministero dei Peshmerga del Kurdistan iracheno per droni e missili subiti nella recente guerra regionale; è una dichiarazione dell’autorità curda, non un conteggio indipendente.
- Giugno 2027: secondo Associated Press, alcune milizie filo-iraniane hanno rinviato a quella data la discussione sul disarmo.
Interessi e rapporti di forza
Baghdad ottiene il risultato politico più visibile: può presentare la partenza come recupero della sovranità e ridurre uno dei principali argomenti usati dalle milizie contro il governo. Ma il beneficio diventa reale solo se lo Stato riesce a controllare spazio aereo, frontiere e catena di comando militare.
Washington riduce l’esposizione di truppe e basi senza rinunciare del tutto alla leva strategica. Intelligence, addestramento, forniture militari e relazioni economiche permettono di influire sull’apparato iracheno con una presenza meno visibile. La ritirata non è quindi un’uscita politica completa.
Le formazioni armate vicine all’Iran perdono la giustificazione immediata della “resistenza all’occupazione”, ma possono guadagnare spazio se il governo non integra o disarma le strutture parallele. L’Iran beneficia di un minor dispositivo americano sul terreno; non controlla automaticamente, però, il dopo-ritiro.
Il Governo regionale del Kurdistan teme il vuoto nella difesa aerea. Il ministero dei Peshmerga ha chiesto a Baghdad di assumersi la responsabilità dello spazio aereo dopo la rimozione delle protezioni della coalizione. È il punto più concreto: l’autonomia politica di Erbil non coincide con la capacità di intercettare droni e missili.
| Livello | Cosa termina | Cosa resta | Nodo irrisolto |
|---|---|---|---|
| Coalizione | Missione militare di Operation Inherent Resolve in Iraq | Coordinamento regionale contro l’ISIS fuori dal vecchio dispositivo iracheno | Capacità dell’Iraq di mantenere pressione sulle cellule jihadiste |
| Stati Uniti–Iraq | Presenza operativa sotto il mandato della coalizione | Addestramento, intelligence e cooperazione bilaterale | Trasparenza, basi d’appoggio e limiti dell’assistenza |
| Baghdad | Alibi permanente della presenza straniera | Forze armate, apparati e Forze di mobilitazione popolare | Monopolio effettivo della forza |
| Kurdistan iracheno | Copertura diretta della coalizione a Erbil | Peshmerga e coordinamento con Baghdad | Difesa aerea contro droni e missili |
| Minaccia ISIS | Nessuna dichiarazione la elimina | Cellule e reti residue monitorate dalle autorità | Rischio di rigenerazione nelle aree contese |
Lawfare e diritto
La presenza della coalizione poggiava sul consenso del governo iracheno e sulla richiesta di assistenza contro l’ISIS. L’accordo politico del 2024 ha definito la transizione; il completamento del ritiro ne costituisce l’attuazione, non un’espulsione unilaterale. Nel diritto internazionale, la fine del consenso chiude la base giuridica della missione sul territorio iracheno.
Ma la sovranità esterna è soltanto metà del problema. All’interno, le Forze di mobilitazione popolare sono riconosciute dall’ordinamento iracheno, mentre alcune loro componenti conservano catene di comando, arsenali e fedeltà politiche non pienamente subordinate allo Stato. Chiamarle tutte indistintamente “milizie illegali” oscurerebbe il punto: il conflitto riguarda la distanza tra riconoscimento formale e controllo operativo.
La partenza americana può dunque ridurre una violazione percepita della sovranità senza garantire il monopolio della forza. Questo dipende da decisioni irachene su comando, bilancio, giustizia militare e responsabilità per gli attacchi contro istituzioni e diplomatici.
Scenari
1. Consolidamento dello Stato
Baghdad usa il ritiro per integrare le forze parallele, rafforzare il comando congiunto e costruire capacità autonome contro l’ISIS. È lo scenario che trasformerebbe il simbolo della sovranità in potere effettivo.
2. Potere parallelo delle milizie
Le formazioni più vicine a Teheran convertono il vuoto operativo in influenza politica, economica e militare. Non sarebbe una conquista iraniana automatica, ma un’espansione graduale della capacità di veto sul governo.
3. Ritorno della minaccia jihadista
Cellule dell’ISIS sfruttano aree rurali e zone contese tra Baghdad ed Erbil. È un rischio documentato dalla persistenza delle operazioni, non un fatto già avvenuto né la prova che il ritiro produrrà inevitabilmente una nuova insurrezione.
4. America fuori dalle basi, non dall’Iraq
Washington mantiene influenza attraverso intelligence, vendite militari, diplomazia e finanza. La leva diventa meno visibile e forse più selettiva: meno occupazione percepita, ma anche minore responsabilità pubblica sul terreno.
La tesi. La partenza americana chiude una stagione militare, non la lotta per il controllo dell’Iraq. La misura del dopo-ritiro non sarà il numero di uniformi straniere rimaste, ma la risposta a una domanda più difficile: chi può usare la forza senza rispondere allo Stato?
Fonti e metodo
- Associated Press, 30 settembre 2026: conferma indipendente del completamento del ritiro, della cooperazione residua e delle questioni su milizie e Kurdistan.
- The Guardian, 30 settembre 2026: riscontro sul comunicato del Pentagono e sulla prosecuzione di addestramento e intelligence.
- Ministero degli Affari Peshmerga del Governo regionale del Kurdistan, 28 settembre 2026: data prevista del ritiro, difesa aerea e dato attribuito sugli attacchi.
- Iraqi News Agency, 30 settembre 2026: cerimonia ufficiale di passaggio e dichiarazione del comandante della coalizione.
- Iraqi News Agency, 2026: calendario ufficiale iracheno e posizione statunitense sulla conclusione della missione.
- Stati Uniti e Iraq, dichiarazione congiunta del 27 settembre 2024: quadro politico e fasi della transizione.
- Dipartimento della Difesa USA, 30 settembre 2024: spiegazione ufficiale della transizione.
Ogni collegamento è stato aperto e confrontato con l’affermazione associata. Il dossier distingue il fatto operativo del ritiro, le dichiarazioni delle autorità, i rischi documentati e gli scenari interpretativi. Il dato sugli attacchi e la scadenza sul disarmo sono riportati con attribuzione.
