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L’uranio nascosto riapre Damasco

L’AIEA ha ricostruito il programma clandestino dell’era Assad e posto sotto sorveglianza 73 tonnellate di uranio naturale. Il materiale resta siriano; il controllo internazionale diventa la credenziale con cui il nuovo governo tenta di chiudere il passato e rientrare nei circuiti del potere.

Emir Alili — Presidente MDP11 min di lettura
Copertina del dossier sulle 73 tonnellate di uranio naturale siriano poste sotto sorveglianza dell’AIEA
Ricostruzione editoriale generata con intelligenza artificiale di un deposito sottoposto a verifica nucleare; non è una fotografia dell’ispezione AIEA in Siria.

Il 7 settembre 2026 il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha chiarito che il reattore costruito segretamente in Siria e distrutto da Israele nel 2007 era quasi completo e tecnicamente capace di produrre materiale fissile utilizzabile in armi. Ha aggiunto un limite decisivo: l’AIEA non ha accertato che Damasco avesse già deciso di costruire una bomba. La differenza tra capacità, intenzione e arma esistente è il confine che separa il fatto documentato dalla propaganda.

1. Il Fatto & La Manovra Egemonica

Fatto documentato. Secondo il rapporto trasmesso dall’AIEA agli Stati membri e ricostruito da Reuters il 1° settembre, l’edificio di Deir ez-Zor bombardato nel 2007 era un reattore nucleare in costruzione che avrebbe dovuto essere dichiarato. Il programma comprendeva fabbricazione e deposito del combustibile. In un sito collegato sono state verificate circa 73 tonnellate di uranio metallico naturale: 55 tonnellate in barre di combustibile e il resto in scarti e altre forme. Tutto il materiale è ora sottoposto a contenimento e sorveglianza dell’Agenzia.

Valutazione tecnica, non prova dell’ordine politico. Grossi ha detto a Reuters il 7 settembre che il reattore avrebbe potuto produrre plutonio rapidamente una volta completato. L’uranio naturale rinvenuto non è però materiale direttamente utilizzabile in una testata. Sarebbe servito come combustibile; il plutonio avrebbe dovuto essere prodotto nel reattore e poi separato attraverso ulteriori impianti e passaggi tecnici. L’AIEA non ha stabilito quale fosse l’intenzione finale del regime Assad.

Dichiarazione ufficiale. Il nuovo governo siriano ha notificato il materiale all’Agenzia il 17 luglio. Nella dichiarazione congiunta del 18 agosto, Damasco e l’AIEA registrano accesso, informazioni e misure pratiche concordate nell’ambito dell’accordo di salvaguardia del Trattato di non proliferazione. Non è una confessione di un programma bellico del governo attuale. È l’assunzione formale di un’eredità clandestina del vecchio Stato.

La manovra egemonica opera su due tempi. Nel 2007 Israele sostituì l’ispezione con la forza, distruggendo unilateralmente l’impianto prima che l’AIEA potesse verificarlo. Nel 2026 l’Agenzia sostituisce il segreto con inventario, sigilli e telecamere. Il primo strumento eliminò una capacità; il secondo decide se la nuova Siria può essere considerata interlocutore affidabile.

Il dossier in quattro livelli

  • Accertato: esisteva un reattore non dichiarato e la Siria fabbricava il combustibile.
  • Accertato: circa 73 tonnellate di uranio naturale sono ora sotto sorveglianza AIEA.
  • Valutazione tecnica: l’impianto, se completato, avrebbe potuto produrre plutonio.
  • Non accertato: una decisione siriana di costruire un’arma nucleare o l’esistenza di una testata.

2. I Vettori di Controllo

Il vettore principale è la contabilità nucleare. Settantatré tonnellate sembrano un arsenale soltanto se si cancella la differenza tra uranio naturale e materiale fissile per armi. Il dato strategico non è il peso isolato: sono forma chimica, numero delle barre, luogo di custodia, integrità dei sigilli e continuità delle telecamere. Chi controlla questi elementi controlla la possibilità di certificare che il materiale non venga deviato.

Il secondo vettore è l’accesso istituzionale. Le salvaguardie dell’AIEA non trasferiscono la proprietà dell’uranio. Impongono però dichiarazioni, verifiche e tracciabilità. Il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shibani ha dichiarato il 18 agosto che il materiale resterà nel Paese sotto supervisione internazionale e potrà essere destinato a usi pacifici. Reuters aveva riferito pochi giorni prima, citando fonti anonime statunitensi e israeliane, di un’intesa per rimuoverlo. Il comunicato congiunto AIEA–Siria non conferma la rimozione. Fino a un atto operativo, la versione ufficiale verificabile resta la custodia siriana sotto sorveglianza.

Il terzo vettore è la riabilitazione. La cooperazione permette al governo post-Assad di presentarsi come amministrazione capace di rispettare il TNP, mettere in sicurezza materiale sensibile e risolvere un fascicolo aperto da quasi vent’anni. Questa reputazione è convertibile in riconoscimento, alleggerimento delle restrizioni, assistenza tecnica e investimenti. Damasco non consegna soltanto documenti: offre prevedibilità in cambio di accesso politico.

Il quarto vettore è la memoria selettiva. I nuovi accertamenti rafforzano la premessa tecnica usata da Israele nel 2007: l’obiettivo era effettivamente nucleare. Non convalidano automaticamente la legalità dell’attacco né provano che solo il bombardamento potesse neutralizzare il rischio. La successiva demolizione siriana del sito e il rifiuto di cooperare impedirono per anni una verifica completa, alimentando retroattivamente la dottrina israeliana dell’azione preventiva.

3. Mappa dei Rapporti di Forza & Resistenza/Sottomissione

Il nuovo governo siriano eredita il materiale ma tenta di separarsi dalla condotta del regime precedente. Conservare l’uranio sotto garanzie gli consente di rivendicare sovranità e un possibile programma civile. Aprire i siti gli consente di comprare legittimità. La linea è cooperazione senza cessione automatica.

L’AIEA ottiene finalmente ciò che la forza militare non poteva produrre: una catena documentale. L’Agenzia può verificare quantità e destinazioni, ma dipende dall’accesso concesso dallo Stato. Il risultato siriano rafforza il suo ruolo proprio mentre in Iran le ispezioni restano interrotte in siti essenziali dopo gli attacchi israeliani e statunitensi.

Israele ottiene una conferma tecnica tardiva della natura del bersaglio colpito nel 2007 e la neutralizzazione di una capacità potenziale sul proprio fronte nordorientale. Resta però fuori dal TNP e mantiene un arsenale nucleare non dichiarato secondo la valutazione largamente condivisa nella comunità internazionale. L’asimmetria regionale è netta: la Siria viene inventariata; Israele conserva l’opacità.

Gli Stati Uniti hanno interesse a chiudere il fascicolo senza lasciare materiale vulnerabile né aprire un nuovo spazio alla Russia o all’Iran. Washington può trasformare la cooperazione nucleare siriana in leva negoziale su sanzioni, riconoscimento e riallineamento. Le indiscrezioni su una mediazione americana per la rimozione dell’uranio restano però non confermate da un testo pubblico.

La Russia e l’Iran perdono una quota di influenza se la gestione del materiale diventa parte dell’integrazione della nuova Siria nell’architettura occidentale. Non esiste prova che abbiano oggi controllo sul deposito. Il loro interesse strutturale è impedire che l’AIEA diventi il corridoio attraverso il quale Damasco sposta definitivamente il proprio baricentro.

Asse Washington–Tel Aviv. Il collegamento è pertinente ma va delimitato. L’attacco israeliano ha eliminato l’impianto; la pressione americana favorisce la chiusura del fascicolo e la separazione della Siria dall’asse iraniano. Non è documentato che Washington o Israele dirigano le verifiche dell’AIEA, né che il materiale sia stato loro trasferito.

4. Cui Prodest?

Vince per primo il nuovo potere a Damasco. La trasparenza gli permette di scaricare la violazione sul regime deposto e di presentare la cooperazione come prova di discontinuità. Il prezzo è una sovranità nucleare condizionata: conservare il materiale significa accettare che ogni spostamento rilevante sia osservabile e verificabile.

Vince l’AIEA, che trasforma un dossier bloccato in un risultato di salvaguardia. Vince Israele, perché la capacità distrutta non viene ricostruita e il proprio racconto tecnico riceve conferma. Vince Washington se la pratica diventa un ponte verso il riallineamento siriano. Nessuno di questi benefici dimostra un comando comune; descrive una convergenza di interessi.

Perde il vecchio apparato siriano, perché la documentazione rende più difficile sostenere che Deir ez-Zor fosse soltanto una base convenzionale. Perdono anche gli attori che contavano sull’opacità per conservare influenza. Il rischio residuo riguarda sicurezza fisica, dispersione del materiale e stabilità del governo: telecamere e sigilli non sostituiscono uno Stato capace di controllare il territorio.

La conclusione non è che la Siria possedesse la bomba. È più precisa: il regime Assad costruì una capacità non dichiarata; Israele la distrusse con la forza; il governo successivo usa la verifica internazionale per convertire quell’eredità in credito politico. Le 73 tonnellate non sono soltanto materia nucleare. Sono la garanzia depositata da Damasco per tornare al tavolo.