HomeAnalisiChi sonoContatti

Cisgiordania · Israele · Occupazione · Territorio

Cisgiordania: il progetto di eliminazione diventa sistema

Un rapporto israeliano di circa 250 pagine ricompone ciò che la cronaca separa: violenza, blocchi, soffocamento economico, distruzione delle organizzazioni sociali ed espulsione territoriale. Il risultato non è soltanto repressione. È la progressiva demolizione delle condizioni che permettono ai palestinesi di esistere come collettività.

Emir Alili — Presidente MDP9 min di lettura
Copertina editoriale con una famiglia davanti a barriere e un insediamento sulla collina, immagine simbolica della frammentazione della Cisgiordania
Immagine editoriale generata con IA. La scena è simbolica e non raffigura un luogo, una famiglia o un posto di blocco specifici.

La violenza visibile è soltanto il primo strato. La questione decisiva è ciò che accade quando aggressioni, cancelli militari, revoca dei permessi di lavoro, confisca delle entrate fiscali, demolizioni e nuovi avamposti producono insieme lo stesso risultato: rendere la presenza palestinese frammentata, dipendente e sempre più difficile da sostenere.

1. Il fatto: B’Tselem unisce ciò che la cronaca divide

Il 14 settembre 2026 B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani attiva dal 1989, ha pubblicato The Elimination Project. Il rapporto utilizza oltre 2.000 testimonianze raccolte dall’ottobre 2023 e più di trent’anni di documentazione. La sua tesi è esplicita: le politiche applicate in Cisgiordania non vanno lette come una successione di incidenti isolati, ma come cinque campi d’azione interconnessi. Fonte primaria: B’Tselem.

I cinque campi individuati dal rapporto

  • Violenza e intimidazione: operazioni militari, aggressioni dei coloni e impunità.
  • Restrizioni alla circolazione: checkpoint, cancelli e strade interdette.
  • Strangolamento economico: lavoro, fiscalità, commercio e accesso alle risorse.
  • Distruzione sociale e politica: pressione su associazioni, studenti, attivisti e giornalisti.
  • Pulizia etnica e presa territoriale: espulsione delle comunità e sostituzione con insediamenti, avamposti e fattorie.

Il valore del documento non dipende dalla semplice adozione della parola «eliminazione». Sta nel tentativo di dimostrare il collegamento operativo fra misure diverse. B’Tselem definisce eliminazione la distruzione delle condizioni materiali, sociali, culturali e politiche necessarie perché un popolo continui a vivere come collettività sul proprio territorio. Non sostiene che ogni palestinese debba necessariamente scomparire: sostiene che l’assetto venga riorganizzato affinché il controllo israeliano diventi continuo e permanente, mentre la presenza palestinese diventa discontinua e vulnerabile.

La stampa israeliana ha riportato il dossier e la sua base fattuale. Il Times of Israel riferisce circa 200 nuovi checkpoint dall’ottobre 2023, oltre 140.000 lavoratori privati del principale reddito, 64 comunità pastorali spopolate e circa il 18% della Cisgiordania assorbito dal sistema degli avamposti agricoli. Il ministero degli Esteri israeliano non ha risposto alla richiesta di commento della testata. Times of Israel, 14 settembre.

2. I vettori di controllo: dalla violenza al governo dello spazio

Gli avamposti non occupano soltanto il punto in cui sorgono

Un’inchiesta Reuters pubblicata l’8 settembre mostra il meccanismo territoriale. In tre anni, fino al 2025, sono comparsi 184 avamposti non autorizzati, quasi quanti nei tre decenni precedenti. La testata ha verificato sul terreno e con immagini satellitari un campione di trenta strutture. Secondo Peace Now e Kerem Navot, l’insieme degli avamposti controlla quasi un quinto della Cisgiordania: non soltanto l’edificio, ma pascoli, strade, recinzioni e aree interdette alle comunità palestinesi. Reuters, 8 settembre.

Qui si trova il passaggio dalla colonizzazione edilizia alla colonizzazione dello spazio. Una struttura prefabbricata può essere piccola, mentre l’area resa inaccessibile attorno ad essa può essere enorme. La fattoria diventa un moltiplicatore territoriale: bestiame, pattugliamento, intimidazione e protezione militare trasformano pochi residenti in un dispositivo capace di allontanare una comunità numericamente più grande.

La convergenza fra attore privato e apparato pubblico

Reuters documenta finanziamenti agricoli, permessi di pascolo, rapporti con ministeri e coordinamento di sicurezza a favore di reti di avamposti. Il governo israeliano sostiene che le aziende citate operino legalmente e che i rapporti con gli avamposti servano alla sicurezza; l’esercito afferma che i soldati devono fermare gli attacchi contro palestinesi e proprietà. La stessa inchiesta rileva però casi di militari presenti durante demolizioni o violenze e un sostegno politico pubblico agli avamposti come barriera contro la nascita di uno Stato palestinese.

Questo non significa che ogni aggressione sia impartita da un comando centrale. Significa qualcosa di politicamente più importante: il confine fra iniziativa del colono e funzione dello Stato diventa poroso quando lo stesso insediamento riceve protezione, risorse, riconoscimento successivo e accesso alla terra.

StrumentoEffetto immediatoEffetto strutturale
Avamposto agricoloPresenza fisica su una collina o un pascoloControllo di un’area molto più vasta dell’edificio
Checkpoint e cancelliRitardi e divieti di transitoSeparazione fra lavoro, scuola, sanità, famiglie e terra
Violenza e intimidazioneFeriti, danni, pauraAbbandono progressivo delle comunità
Revoca dei permessi e trattenute fiscaliPerdita di reddito e serviziDipendenza economica e indebolimento dell’Autorità Palestinese

3. Lawfare e diritto: l’illegalità riconosciuta, l’effetto impedito

Nel parere consultivo del 19 luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale la presenza continuata di Israele nei Territori palestinesi occupati e ha indicato l’obbligo di porvi fine nel più breve tempo possibile. Ha inoltre ribadito che la politica degli insediamenti e l’annessione di ampie parti del territorio violano il diritto internazionale. Corte internazionale di giustizia, procedimento 186.

Il problema è lo scarto fra qualificazione giuridica e rapporto di forza. Le risoluzioni, i pareri e le sanzioni individuali possono descrivere l’illecito e colpire alcuni responsabili, ma non rimuovono materialmente un cancello, non restituiscono un pascolo e non impediscono automaticamente la regolarizzazione successiva di un avamposto.

La lawfare opera quindi in due direzioni. Da una parte, il diritto internazionale tenta di limitare occupazione, trasferimenti di popolazione e annessione. Dall’altra, ordini militari, autorizzazioni amministrative, classificazioni fondiarie e demolizioni trasformano il controllo in procedure quotidiane. Il potere non ha bisogno di proclamare formalmente l’annessione se riesce ad amministrarla sul terreno.

4. La strategia dichiarata: impedire lo Stato palestinese

B’Tselem individua nel «Piano decisivo» pubblicato da Bezalel Smotrich nel 2017 una formulazione particolarmente chiara dell’obiettivo politico: rinuncia palestinese alla pretesa nazionale, partenza oppure repressione della resistenza. Il rapporto non sostiene che Smotrich abbia inventato il processo coloniale; sostiene che, con i poteri oggi esercitati sul governo civile della Cisgiordania, quella visione sia diventata più rapida, esplicita e istituzionalizzata.

La conferma più importante non viene soltanto dall’organizzazione. Netanyahu ha parlato pubblicamente degli avamposti agricoli come preparazione a una grande immigrazione israeliana nell’area; Smotrich ha definito l’espansione degli insediamenti una forma di «sovranità pratica» e uno strumento per seppellire l’idea dello Stato palestinese. Reuters e la stampa israeliana hanno documentato queste dichiarazioni e l’aumento delle regolarizzazioni.

Il punto non è dunque attribuire intenzioni segrete. La strategia territoriale viene dichiarata: costruire fatti difficili da rovesciare, rendere impossibile una continuità palestinese e spostare il negoziato dal futuro del territorio alla gestione di una popolazione frammentata.

5. Cui prodest?

Beneficia il blocco politico che considera la Cisgiordania uno spazio da incorporare senza riconoscere sovranità ai palestinesi. Gli avamposti trasformano ideologia in controllo fisico; l’esercito riduce il rischio per chi li occupa; l’amministrazione può regolarizzare in seguito ciò che nasce senza autorizzazione.

Beneficia anche la diplomazia dell’attesa. Ogni governo occidentale che condanna il singolo episodio ma continua a trattare il sistema come un processo di pace sospeso evita il costo di affrontare l’annessione di fatto. La distanza fra parole e conseguenze concede tempo a chi modifica il territorio.

Perde la società palestinese prima ancora della sua rappresentanza politica. Quando il lavoratore non raggiunge il posto di lavoro, lo studente l’università, il pastore il pascolo e l’amministrazione non riceve le proprie entrate, non viene colpito soltanto un individuo. Si indeboliscono i legami che permettono a una popolazione di restare una comunità.

6. Scenari: che cosa osservare adesso

La conclusione è netta: raccontare separatamente la violenza del colono, il checkpoint, la demolizione e il salario perduto impedisce di vedere ciò che producono insieme. Il nuovo rapporto B’Tselem mette un nome sul meccanismo. La Cisgiordania non viene soltanto occupata: viene riorganizzata affinché una presenza sia continua e l’altra sopravviva in frammenti.

Fonti e metodo

Le espressioni «progetto di eliminazione», «pulizia etnica» e «apartheid» sono qualificazioni adottate da B’Tselem e vengono attribuite alla fonte. I dati sono confrontati con Reuters e stampa israeliana. Le autorità israeliane contestano la rappresentazione sistemica, richiamano esigenze di sicurezza e affermano che l’esercito debba impedire aggressioni; il ministero degli Esteri non ha fornito una risposta specifica al rapporto alle testate consultate.