HomeAnalisiChi sonoContatti

Primarie Likud: Netanyahu consolida il partito, ma rischia di perdere il centro

La lista scelta dagli iscritti premia continuità, apparato e fedeltà. Per vincere il 27 ottobre, però, il Likud dovrà recuperare elettori che chiedono un governo meno dipendente dall’estrema destra religiosa e nazionalista.

Emir Alili — Presidente MDPAnalisi rapida
Edificio della Knesset a Gerusalemme
Edificio della Knesset, 5 giugno 2005. Foto: Joshua Paquin; licenza CC BY 2.0. Immagine d’archivio, non riferita alle primarie del 2026.

Il Likud ha scelto la propria lista per le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026. Con il conteggio completato, il ministro dell’Energia Eli Cohen ha ottenuto il primo posto nella graduatoria nazionale, seguito dal presidente della Knesset Amir Ohana, dal ministro della Giustizia Yariv Levin, dalla ministra dei Trasporti Miri Regev e dal capogruppo della coalizione Ofir Katz.

Secondo i dati comunicati dal Likud e riportati dal Jerusalem Post, hanno votato 76.068 iscritti, pari al 53,5% degli aventi diritto. Benjamin Netanyahu non era in competizione per la leadership: la consultazione serviva a ordinare i candidati del partito alla Knesset. Il risultato va quindi letto come selezione della futura classe parlamentare, non come investitura diretta del primo ministro.

01 · Il risultato

Continuità più che rinnovamento

La parte alta della lista premia figure centrali dell’attuale apparato. Cohen offre un profilo ministeriale e diplomatico; Ohana rappresenta una fedeltà consolidata; Levin è l’architetto della contestata trasformazione giudiziaria; Regev possiede una forte base personale; Katz controlla una parte importante della macchina parlamentare.

La soddisfazione espressa dal Likud e attribuita a Netanyahu è comprensibile: non emerge una corrente organizzata capace di contestarne la leadership. Il partito resta strutturato intorno al primo ministro. Ma disciplina interna non significa maggioranza nazionale.

Reuters ha descritto una distanza tra gli iscritti e l’elettorato più ampio: una quota maggioritaria degli elettori del Likud preferirebbe un esecutivo più centrista, mentre tra gli iscritti è più forte la disponibilità a proseguire l’alleanza con destra ultranazionalista e religiosa.

02 · La contraddizione

Vincere il partito, restringere la coalizione

Per mantenere il controllo del Likud Netanyahu deve parlare alla base militante, che seleziona candidati e premia posizioni identitarie nette. Per tornare al governo deve recuperare elettori disillusi dalla gestione del 7 ottobre, dalle guerre successive, dalla controversia sulla leva degli ultraortodossi e dallo scontro con le istituzioni giudiziarie.

Una lista spostata a destra può mobilitare il nucleo duro ma rendere più difficile l’apertura al centro. Una svolta moderata potrebbe attrarre indecisi, ma indebolire la fiducia degli alleati dai quali Netanyahu dipende per raggiungere 61 seggi.

Secondo Reuters, i sondaggi precedenti alle primarie indicavano che il Likud rischiava di perdere circa un terzo dei 32 seggi ottenuti nel 2022. I sondaggi non sono previsioni certe. Mostrano però che il problema principale non è la mobilitazione interna, ma la capacità di ricostruire una coalizione sociale più ampia.

03 · Politica estera come politica elettorale

Gaza, Cisgiordania e sicurezza entrano nella lista

Il negoziato su Gaza impone decisioni sulla sequenza tra disarmo di Hamas, ritiro israeliano e ricostruzione. Ogni concessione può essere presentata dagli avversari interni come debolezza; ogni irrigidimento può aggravare il conflitto con Washington e con i mediatori arabi.

In Cisgiordania la pressione per ampliare insediamenti, avamposti e controllo territoriale proviene soprattutto dai partner più a destra. Un Likud incapace di assorbire o contenere quella pressione potrebbe trovarsi nuovamente dipendente da forze capaci di condizionare governo, sicurezza e bilancio.

Anche la contrapposizione con Iran e Hezbollah entra nella costruzione elettorale. Netanyahu si presenterà come garante della deterrenza regionale; l’opposizione insisterà sulla responsabilità politica per il fallimento del 7 ottobre e sulla necessità di una nuova legittimazione istituzionale.

04 · Scenari

Quattro esiti possibili

Ricompattamento della destra

Il Likud recupera consensi, i partner religiosi e nazionalisti superano la soglia e il blocco raggiunge 61 seggi. Netanyahu conferma la stessa architettura politica.

Likud primo ma senza maggioranza

Il partito resta centrale, ma il blocco non raggiunge i numeri. Aumentano i tentativi di attrarre forze centriste o singoli parlamentari.

Vittoria aritmetica dell’opposizione

Le opposizioni conquistano abbastanza seggi, ma devono conciliare ex generali, liberali, destra anti-Netanyahu e rappresentanza araba. L’opposizione comune al premier non garantisce una linea condivisa sulla Palestina.

Stallo e nuove elezioni

Nessun blocco costruisce una maggioranza. Israele entra in una nuova paralisi mentre deve decidere su Gaza, Cisgiordania, Iran e ricostruzione regionale.

05 · Conclusione

La vittoria interna non chiude la crisi di legittimità

Le primarie mostrano che Netanyahu controlla ancora il Likud e che il partito non ha prodotto un’alternativa interna. È un vantaggio organizzativo decisivo, ma può diventare una trappola: una lista costruita per soddisfare gli iscritti rischia di parlare meno agli elettori moderati necessari per vincere il Paese.

La vera questione del 27 ottobre non sarà soltanto quanti seggi otterrà il Likud, ma quale coalizione potrà formare. Nel sistema israeliano ogni posizione sulla guerra e sulla Palestina diventa un problema di alleanze parlamentari. La politica estera non è separata dalla competizione interna: ne è diventata il principale strumento.

Fonti e documenti

Fonti consultate

Times of IsraelRisultati completi e ordine della listaJerusalem PostAffluenza e dati comunicati dal LikudReutersDivisioni tra base, iscritti ed elettorato del LikudReutersData delle elezioni e quadro della coalizioneReutersSistema elettorale, candidati e sondaggi