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Quando il potere punisce i giudici

Gli Stati Uniti non stanno contestando una sentenza attraverso il diritto: stanno usando sanzioni finanziarie e isolamento personale contro chi indaga Israele. È il passaggio dalla difesa politica all’intimidazione istituzionale.

Emir Alili — Presidente MDPDossier strategico
Elaborazione editoriale sulla pressione statunitense contro la Corte penale internazionale
Elaborazione editoriale simbolica. Non rappresenta un evento reale.

Il 18 agosto 2026 il segretario di Stato Marco Rubio ha inserito la presidente della Corte penale internazionale, la giudice giapponese Tomoko Akane, e il giurista senegalese Abdoulaye Seye nella lista delle persone sottoposte a sanzioni statunitensi. Il linguaggio ufficiale non prova neppure a nascondere l’obiettivo: il provvedimento fa parte della campagna americana contro quella che Washington definisce una minaccia rappresentata dalla Corte.

Non siamo davanti a un normale conflitto tra interpretazioni giuridiche. Gli Stati Uniti non si limitano a negare la competenza della CPI, a presentare memorie o a chiedere la revisione delle decisioni. Colpiscono personalmente giudici e procuratori: beni congelati, transazioni vietate, ingresso negli Stati Uniti impedito e isolamento prodotto dalla dipendenza globale dal dollaro e dalle infrastrutture finanziarie americane. Il messaggio rivolto alla Corte è semplice: se indagate noi o i nostri alleati, il prezzo non sarà soltanto istituzionale. Sarà personale.

01 · Il nuovo attacco

La presidente della Corte diventa un bersaglio

Tomoko Akane non è una militante politica. È la presidente dell’istituzione permanente creata dallo Statuto di Roma per perseguire genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione. Abdoulaye Seye è un alto funzionario dell’ufficio del procuratore. Con le ultime designazioni sale a tredici il numero dei membri dello staff della CPI colpiti dagli Stati Uniti.

La Corte ha definito le misure un attacco flagrante alla propria indipendenza. Il Giappone, alleato storico di Washington e Paese della presidente Akane, le ha giudicate «molto deplorevoli». Anche l’Unione europea ha ribadito il proprio sostegno alla CPI. Ma le dichiarazioni non neutralizzano automaticamente gli effetti economici delle sanzioni.

02 · La versione ufficiale

Quando il tribunale viene dichiarato una minaccia

L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump il 6 febbraio 2025 sostiene che la CPI abbia intrapreso azioni illegittime contro gli Stati Uniti e Israele. Arriva a dichiarare che ogni tentativo della Corte di investigare, arrestare o processare determinate persone costituisce una «minaccia straordinaria» alla sicurezza nazionale e alla politica estera americana.

Questa formulazione rovescia il rapporto tra giustizia e potere. Non sono i possibili crimini a essere presentati come minaccia all’ordine internazionale; è l’indagine sui possibili crimini a diventare una minaccia contro la potenza che rifiuta di essere giudicata. La sovranità viene così trasformata in immunità: il diritto vale finché non raggiunge il centro politico e militare del sistema.

03 · Lo strumento

Il dollaro come manganello extraterritoriale

L’ordine blocca beni e interessi sottoposti alla giurisdizione statunitense e vieta a persone ed entità americane di fornire fondi, beni o servizi ai soggetti designati. Sospende inoltre l’ingresso negli Stati Uniti e consente di colpire chi fornisce sostegno materiale o tecnologico alle attività contestate della Corte.

La forza reale va oltre il territorio americano. Banche, circuiti di pagamento e imprese straniere dipendono dall’accesso al dollaro e al mercato statunitense. Per evitare rischi, possono interrompere rapporti con le persone sanzionate anche quando una transazione sarebbe formalmente lecita nel proprio Paese. Il risultato è una pena senza processo pronunciata da un governo contro magistrati internazionali.

È qui che la politica estera si trasforma in disciplina globale: Washington non ha bisogno di controllare direttamente ogni banca. È sufficiente che ogni banca tema di essere esclusa dal sistema.

04 · Il vero oggetto

Proteggere Israele dalle conseguenze giudiziarie

La sequenza politica è evidente. Nel novembre 2024 la CPI ha emesso mandati di arresto contro Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e contro l’umanità. I mandati non costituiscono una condanna definitiva, ma affermano che i giudici hanno riscontrato motivi ragionevoli per procedere.

Gli Stati Uniti sostengono che Israele non abbia aderito allo Statuto di Roma. La Corte fonda invece la propria competenza sul fatto che la Palestina è Stato parte e che i presunti crimini sono stati commessi sul suo territorio. Questa controversia dovrebbe essere combattuta nel diritto. Washington ha scelto di combatterla attraverso la capacità finanziaria di punire chi amministra quel diritto.

La protezione accordata a Israele assume così una portata sistemica. Non si difende soltanto un governo alleato: si tenta di rendere impraticabile il meccanismo che potrebbe attribuire responsabilità personali ai suoi vertici.

05 · Una guerra precedente alle sanzioni

Dalle pressioni del Mossad alla coercizione americana

Nel 2024 un’inchiesta congiunta del Guardian, di +972 Magazine e Local Call ha ricostruito una campagna durata quasi un decennio contro la CPI. Secondo le fonti citate, l’ex direttore del Mossad Yossi Cohen avrebbe esercitato pressioni sulla procuratrice Fatou Bensouda per indurla ad abbandonare l’indagine sulla Palestina, interessandosi anche ai suoi familiari. Israele ha respinto le accuse come false e infondate; non esiste una sentenza definitiva su questi comportamenti.

Il dato politico resta però rilevante: prima sarebbero stati utilizzati intelligence, sorveglianza e pressione personale; oggi viene impiegato apertamente il sistema sanzionatorio statunitense. Cambia lo strumento, non la finalità: aumentare il costo individuale dell’indagine.

06 · Il metodo

Perché il paragone di Scarpinato non è una provocazione vuota

Roberto Scarpinato ha definito questo meccanismo un metodo mafioso applicato ai rapporti internazionali. Non significa affermare che Trump o Netanyahu appartengano giuridicamente a un’organizzazione mafiosa. Significa riconoscere una tecnica di potere: non confutare chi applica la legge, ma fargli comprendere che subirà conseguenze personali se continuerà.

Il metodo mafioso non vive soltanto nell’omicidio. Vive nella capacità di rendere prevedibile la punizione e superfluo l’ordine esplicito. Quando un giudice sa che una decisione può bloccare il suo conto, compromettere i servizi finanziari, colpire la famiglia o impedirgli di viaggiare, l’intimidazione è già operativa anche senza una minaccia pronunciata in una stanza.

07 · L’Europa

Difendere la Corte a parole, dipendere da chi la colpisce

L’Unione europea proclama il proprio sostegno alla giustizia internazionale, ma l’efficacia delle sanzioni rivela la sua dipendenza dall’architettura finanziaria statunitense. Esistono strumenti come il regolamento europeo di blocco, concepito per contrastare l’applicazione extraterritoriale di sanzioni straniere, ma la sua estensione alle misure contro la CPI richiede volontà politica e capacità di proteggere concretamente banche, imprese e cittadini europei.

Se Bruxelles condanna Washington ma lascia che gli operatori europei applichino di fatto le sue sanzioni, la difesa dello Stato di diritto rimane dichiarativa. La domanda non è più se l’Europa condivida la CPI, ma se sia disposta a sostenere il costo della propria autonomia giuridica.

08 · Cui prodest?

L’impunità costruita come deterrenza

Beneficiano immediatamente i vertici politici e militari sottratti al rischio di cooperazione internazionale. Beneficiano inoltre tutte le potenze che desiderano un diritto penale internazionale applicabile ai nemici ma non a sé stesse o ai propri alleati.

L’obiettivo più importante non è necessariamente cancellare un mandato già emesso. È modificare il comportamento futuro dell’istituzione: rendere più difficile trovare procuratori, giudici, consulenti, fornitori tecnologici e intermediari finanziari disposti a lavorare su fascicoli politicamente esplosivi.

Il costo viene pagato dalle vittime, che vedono restringersi l’unico spazio giudiziario disponibile quando i sistemi nazionali non perseguono i responsabili. Lo paga anche ogni Stato debole al quale viene insegnato che l’universalità del diritto termina davanti alla potenza finanziaria.

09 · Conclusione

La legge resta universale soltanto finché non tocca il centro

La campagna contro la CPI mostra il limite reale del cosiddetto ordine basato sulle regole. Le regole vengono invocate per disciplinare gli avversari; quando raggiungono un alleato strategico, il tribunale viene trasformato nel colpevole e i magistrati nei bersagli.

Il punto non è idealizzare la Corte, che può essere criticata per limiti, lentezze e applicazioni selettive. Il punto è stabilire se una potenza possa punire personalmente i giudici perché non accetta di essere sottoposta al loro controllo. Se la risposta è sì, non siamo più davanti alla supremazia del diritto. Siamo davanti alla supremazia di chi possiede gli strumenti per rendere il diritto inapplicabile.

Fonti e documenti

Fonti consultate

Dipartimento di Stato USADesignazione di Tomoko Akane e Abdoulaye Seye, 18 agosto 2026 Corte penale internazionaleRisposta ufficiale alle nuove sanzioni statunitensi Casa BiancaOrdine esecutivo 14203 e meccanismo delle sanzioni ReutersNuove designazioni e contesto della campagna contro la CPI Ministero degli Esteri del GiapponeReazione ufficiale alle sanzioni contro la presidente Akane Servizio europeo per l’azione esternaPosizione dell’Unione europea The Guardian, +972 Magazine e Local CallInchiesta sulle pressioni contro Fatou Bensouda Intervista a Roberto ScarpinatoIl metodo intimidatorio applicato al potere internazionale