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Palestina · Storia · Cartografia · Archivi

La Palestina esisteva prima che la negassero

La formula “una terra senza popolo” non descriveva la Palestina: la rendeva politicamente disponibile. Testi greci, province romane e bizantine, amministrazione islamica, registri fiscali ottomani, tribunali, giornali, censimenti e atti internazionali documentano una regione abitata, coltivata, urbanizzata e nominata per secoli.

Emir Alili — Presidente MDP14 min di lettura
Copertina del dossier storico sulla Palestina con una composizione editoriale di mappe, registri, monete e giornali
Elaborazione editoriale illustrativa: la composizione non riproduce documenti autentici. Le fonti originali consultabili sono collegate nel dossier.

La Palestina non deve superare un esame retroattivo di sovranità europea per avere una storia. Popoli, città e campagne non cominciano a esistere quando ricevono una bandiera, un seggio alle Nazioni Unite o confini tracciati secondo il modello statale moderno. La domanda corretta è materiale: chi abitava la terra, chi la coltivava, chi pagava imposte, chi registrava proprietà e matrimoni, quali città organizzavano i mercati, quale nome usavano le amministrazioni e le carte geografiche? Su questo terreno la tesi dell’inesistenza crolla.

1. Il falso problema: trasformare lo Stato moderno in una macchina di cancellazione

La premessa della propaganda è un anacronismo. Chiedere se esistesse nel Cinquecento uno Stato-nazione palestinese con cittadinanza uniforme, frontiere rigide e sovranità esclusiva significa imporre al Levante categorie consolidate nell’Europa moderna. Con lo stesso criterio si potrebbe negare l’esistenza storica di numerosi popoli europei, arabi e asiatici vissuti dentro imperi, regni compositi, province e autonomie locali. La storia sociale non misura l’esistenza umana con il timbro diplomatico.

“Terra senza popolo” non era un censimento. Era una tecnologia politica: sostituiva una società concreta con uno spazio vuoto, riducendo contadini, artigiani, mercanti, notabili, beduini e comunità urbane a presenza trascurabile. La formula rendeva l’insediamento un ritorno senza espropriazione e trasformava chi già viveva sul territorio in intruso retroattivo.

Le proposizioni vengono deliberatamente confuse. Il nome Palestina è antico; la regione è stata abitata senza soluzione di continuità; la popolazione moderna deriva in larga misura dal fondo levantino locale, trasformato da conversioni, migrazioni e assimilazioni; l’identità nazionale palestinese moderna si articola soprattutto nel tardo periodo ottomano; lo Stato di Palestina appartiene alla storia politica contemporanea. Sono piani diversi, tutti documentabili. Negarne uno usando i criteri di un altro non è metodo: è retorica.

ProvaChe cosa documentaChe cosa impedisce di sostenere
Erodoto, V secolo a.C.Uso pre-romano del nome Palestina per una parte della Siria meridionaleChe il nome sia stato inventato dall’imperatore Adriano
Registri fiscali ottomani, XVI secoloCittà, villaggi, famiglie imponibili, colture e produzioniChe la regione fosse vuota o priva di economia stanziale
Tribunali e archivi familiari, XVII–XIX secoloProprietà, credito, commercio, eredità e reti fra città e campagneChe esistessero soltanto tribù senza società territoriale
Filastin, Giaffa, 1911Spazio pubblico arabo-palestinese prima del Mandato britannicoChe l’identità palestinese sia stata inventata dopo il 1948
Mandato, cittadinanza, moneta e censimentiPalestina come territorio giuridico con una popolazione formalmente registrataChe “Palestinese” fosse un’etichetta senza contenuto legale

2. Il nome non nasce con Roma: una continuità di oltre duemila anni

Erodoto precede Adriano di circa cinque secoli. Nelle Storie, scritte nel V secolo a.C., il geografo greco colloca la “parte della Siria chiamata Palestina” nella quinta circoscrizione tributaria persiana. Il testo non descrive uno Stato moderno e non deve farlo: prova che il toponimo circolava nel mondo mediterraneo molto prima della riorganizzazione romana del II secolo d.C. La frase secondo cui Roma avrebbe inventato il nome è quindi falsa.

Roma istituzionalizza un nome già esistente. Dopo la rivolta di Bar Kokhba, la provincia di Giudea venne ricompresa nella Syria Palaestina. La data precisa e le motivazioni simboliche della denominazione sono discusse, ma non il dato decisivo: Roma non coniò dal nulla “Palestina”. Nei secoli bizantini le province Palaestina Prima, Secunda e Tertia inserirono il nome nella geografia amministrativa imperiale.

Il passaggio all’arabo non cancella il territorio. Nei primi secoli islamici, Jund Filastin fu un distretto militare-amministrativo del Bilad al-Sham, con Ramla come centro principale per larga parte del periodo. Filastin non è una traduzione moderna coniata dal nazionalismo novecentesco: è la forma araba storica del toponimo.

La cartografia europea registra la stessa continuità. La carta intitolata Palestinae sive totius Terrae Promissionis nova descriptio, inserita da Abraham Ortelius nel Theatrum Orbis Terrarum, deriva dal lavoro di Tilemann Stella e compare nelle edizioni dell’atlante a partire dal 1570. Esistono esemplari e ristampe successive, compresa l’edizione associata al 1592 mostrata nei social. Il punto documentale non è la data esatta di quella singola copia: è che “Palestina” era una denominazione geografica internazionale stabile, stampata, commerciata e riconoscibile nell’Europa del XVI secolo.

L’amministrazione ottomana usò circoscrizioni differenti senza cancellare la regione. Gerusalemme, Nablus, Gaza, Acri e Safed furono organizzate in sanjak e vilayet che mutarono nel tempo. Un toponimo storico non cessa di esistere perché l’impero non lo fa coincidere in ogni momento con una sola provincia. “Palestina” continuò nell’uso geografico, religioso, diplomatico, editoriale e locale mentre la macchina fiscale operava attraverso unità subprovinciali.

3. La terra abitata: villaggi, ulivi, città, tasse e proprietà

I Defter-i Mufassal sono la confutazione materiale del deserto umano. I registri dettagliati ottomani elencavano uomini imponibili, nuclei fiscali, villaggi, quartieri, mulini, mercati, colture, ulivi, vigne, cereali, allevamento e gettito. Wolf-Dieter Hütteroth e Kamal Abdulfattah hanno ricostruito la geografia insediativa della Palestina, della Transgiordania e della Siria meridionale alla fine del XVI secolo su questa base; Amnon Cohen e Bernard Lewis hanno analizzato in dettaglio Gerusalemme, Hebron, Gaza, Ramla, Nablus e Safed.

Non sono elenchi di nomi vuoti. I dati del 1596 registrano circa quattrocento villaggi con coltivazione dell’olivo e oltre 1,4 milioni di alberi imponibili. Il numero non esaurisce tutti gli insediamenti né equivale a un censimento moderno: misura ciò che interessava al fisco. Proprio per questo è una prova dura. Un’amministrazione imperiale non inventa centinaia di comunità, milioni di alberi, frantoi e quote di raccolto per costruire un’identità nazionale quattro secoli dopo.

Le città formavano nodi economici differenziati. Gerusalemme concentrava pellegrinaggi, tribunali, waqf e artigianato; Nablus collegava olio, sapone, credito e villaggi del Jabal; Gaza governava rotte verso Egitto e Hijaz; Giaffa divenne il porto degli agrumi e dei pellegrini; Hebron organizzava un hinterland agricolo e religioso; Safed conobbe manifattura tessile e comunità musulmane, ebraiche e cristiane. La Palestina storica non era omogenea: era una società regionale plurale.

Gli archivi giudiziari restituiscono i proprietari alla storia. Beshara Doumani ha usato i registri del tribunale islamico di Nablus e carte familiari per seguire compravendite, eredità, debiti, contratti, manifattura del sapone e rapporti fra mercanti e contadini dal XVII al XIX secolo. La sua ricerca demolisce l’immagine coloniale di una campagna amorfa: mostra famiglie, capitale, diritti, conflitti e reti commerciali territorialmente radicate.

La continuità non significa purezza. Conquiste, conversioni, matrimoni e migrazioni hanno trasformato tutte le popolazioni del Levante. Lo studio genomico pubblicato su Cell nel 2020 mostra che molte popolazioni odierne ebraiche e arabofone conservano una componente sostanziale collegata agli abitanti dell’Età del Bronzo del Levante meridionale. Il dato compatibile con la storia è la continuità regionale dentro il cambiamento, non una genealogia esclusiva. I palestinesi non arrivano “dal nulla”; fanno parte della lunga stratificazione umana della regione, così come la continuità palestinese non cancella la storia ebraica del territorio.

4. Dalla società locale alla coscienza nazionale moderna

Le identità non compaiono in un giorno: si addensano. Un abitante poteva essere contemporaneamente musulmano o cristiano, arabo, ottomano, gerosolimitano, nabulsi o gazawi, membro di un clan e parte di una regione chiamata Palestina. La coscienza nazionale moderna nacque dall’incontro fra queste appartenenze, centralizzazione ottomana, stampa, scuole, ferrovie, mercati, immigrazione sionista e competizione politica.

La stampa fornisce una fonte primaria anteriore al Mandato. Filastin iniziò a uscire a Giaffa il 15 gennaio 1911, sotto l’Impero ottomano. L’archivio digitale della National Library of Israel conserva migliaia di numeri. Il giornale discuteva politica, agricoltura, terra, immigrazione, sport e affari locali rivolgendosi a un pubblico che riconosceva “Filastin” come spazio comune. Nel settembre 1921 dichiarò: “Siamo palestinesi prima, e arabi poi”. Non è una formula prodotta dopo la Nakba; è autocoscienza documentata.

La storiografia ricostruisce un processo, non fabbrica un popolo. Adel Manna ha studiato società e amministrazione palestinese nel periodo ottomano e, attraverso archivi, diari e memorie, la sopravvivenza dei palestinesi rimasti in Galilea e Haifa dopo il 1948. Ilan Pappé ha narrato la Palestina moderna come una terra abitata da due popoli e due identità nazionali. Le loro letture non sono identiche e Pappé è oggetto di controversie storiografiche; qui non serve accettare ogni interpretazione. Le fonti convergono sul fatto elementare che esisteva una società palestinese con città, classi, stampa, proprietà e organizzazioni prima della sua dispersione.

Il Mandato britannico non creò dal nulla quella società; la sottopose a un nuovo regime. Il Mandato della Società delle Nazioni chiamava ufficialmente il territorio “Palestine”, impose inglese, arabo ed ebraico come lingue ufficiali e ordinò una legge sulla cittadinanza. La Palestine Citizenship Order del 1925 definì uno status giuridico palestinese; passaporti, francobolli e la sterlina palestinese portarono il nome nelle tre lingue.

Il censimento del 1922 distrugge la metafora del vuoto. Il governo mandatario contò 757.182 abitanti: 590.890 musulmani, 83.794 ebrei, 73.024 cristiani e 9.474 appartenenti ad altri gruppi. Il dato include una società multireligiosa e non trasforma ogni arabofono in nazionalista moderno. Prova però che la “terra senza popolo” era incompatibile persino con l’amministrazione che rese possibile il progetto coloniale britannico.

5. Dalla cancellazione storica al veto politico contemporaneo

Oggi l’inesistenza è smentita anche sul piano internazionale. La Risoluzione 67/19 del 29 novembre 2012 ha attribuito alla Palestina lo status di Stato osservatore non membro con 138 voti favorevoli. Nel 2024 l’Assemblea generale ha giudicato la Palestina qualificata per la piena ammissione con 143 voti favorevoli; l’ingresso è rimasto bloccato dal veto statunitense nel Consiglio di sicurezza. Dopo le ulteriori decisioni del 2025, 157 dei 193 membri ONU riconoscono lo Stato di Palestina.

Un veto non produce inesistenza. Dimostra una gerarchia di potere: una maggioranza diplomatica può riconoscere uno Stato, ma un membro permanente può impedirne l’ammissione piena. Stati Uniti e Israele possono negare il riconoscimento o condizionarlo a un negoziato; non possono trasformare la propria posizione in una cancellazione retroattiva della popolazione, della storia o della personalità internazionale palestinese.

I riferimenti territoriali contemporanei sono chiari. La diplomazia internazionale collega lo Stato palestinese alla Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e alla Striscia di Gaza, sulla base delle linee precedenti alla guerra del 1967 e di eventuali accordi negoziati. L’occupazione, la frammentazione territoriale e l’assenza di controllo effettivo su frontiere e risorse limitano la sovranità; non cancellano il titolare del diritto all’autodeterminazione.

L’asse Washington–Tel Aviv è materialmente pertinente qui. Il governo israeliano usa la negazione nazionale per opporsi allo Stato palestinese e legittimare annessione e insediamenti; Washington converte questa posizione in potere istituzionale quando esercita il veto all’ONU. Parti delle reti politiche e mediatiche pro-Israele ripetono poi la confusione fra mancata sovranità piena ed inesistenza del popolo. La convergenza è documentabile negli atti e nelle dichiarazioni dei governi; non autorizza responsabilità collettive verso ebrei, israeliani o statunitensi.

6. Cui prodest? Negare il nome per rendere disponibile la terra

La negazione serve una politica fondiaria. Se il palestinese è presentato come immigrato recente, la sua casa diventa occupazione; se il villaggio è privo di storia, la demolizione diventa pianificazione; se la proprietà locale è invisibile, l’insediamento appare recupero di uno spazio senza titolare. La retorica lavora prima del catasto: delegittima il proprietario per rendere legittimo chi prende possesso.

La documentazione rovescia il rapporto di prova. Non spetta ai palestinesi dimostrare una purezza genealogica che nessun popolo possiede. Spetta a chi parla di terra vuota spiegare i registri fiscali, i tribunali, i porti, gli uliveti, i censimenti, i giornali, le monete e le centinaia di villaggi. La massa archivistica non mostra un fossile immobile: mostra una società che cambia restando radicata.

Il risultato storico è netto. “Palestina” è un toponimo anteriore a Roma, divenuto più volte denominazione amministrativa e rimasto in uso attraverso imperi e lingue. I palestinesi moderni emergono dalla popolazione araba locale — musulmana, cristiana e con altre componenti — dentro la continuità levantina e le trasformazioni ottomane e moderne. La loro identità nazionale si articola prima del 1948 e sopravvive a espulsione, occupazione e diaspora. La Palestina non è resa reale dal riconoscimento occidentale; è resa visibile da documenti che la negazione non riesce a cancellare.

Fonti primarie, archivi e storiografia